l'altro nome Jon Fosse
Recensione

“L’altro nome” di Jon Fosse

Uno degli ultimi libri che ho letto è “L’altro nome” di Jon Fosse, Nobel per la letteratura 2023.

“Cosa ci rende quello che siamo? Perché conduciamo la nostra vita e non un’altra? Un nuovo anno sta per concludersi e Asle, un anziano pittore rimasto vedovo, ripensa alla sua storia. L’uomo vive da solo sulla costa norvegese, i suoi unici amici sono il suo vicino, Åsleik, un contadino-pescatore scapolo, e Beyer, un gallerista che vive in città, a un paio d’ore di auto. Lì vive anche un altro Asle, artista anch’egli, solitario e consumato dall’alcool. Asle e Asle sono due versioni della stessa persona, due racconti della stessa vita, che si interrogano sull’esistenza, la morte, l’ombra e la luce, la fede e la disperazione.” 

“L’altro nome”: un’esperienza di lettura

“L’altro nome” più che un romanzo è un’esperienza di lettura. La trama e i personaggi sono travolti dal vortice della scrittura, dal libero rincorrersi delle parole slegate dalla punteggiatura se non da qualche virgola e punti di domanda. 

E mi vedo mentre osservo il dipinto con le due linee, una viola e una marrone, che si intersecano al centro, un quadro oblungo, e noto di averle dipinte lentamente con uno spesso strato di pittura a olio, che è colata, e nel punto in cui la linea marrone e quella viola si intersecano il colore si è amalgamato magistralmente prima di sbavare e penso che questo non è un quadro, eppure è proprio così che deve essere, è finito, non ha bisogno di ritocchi, penso, e devo toglierlo da lì, non voglio che rimanga sul cavalletto, non lo voglio più vedere, penso e penso che oggi è lunedì e penso che devo aggiungerlo agli altri (…)

Al lettore manca il fiato nel tentativo di rincorrere le parole e di rinchiuderle in capoversi, paragrafi e capitoli. È un Saramago (altro Nobel) elevato all’ennesima potenza.

“L’altro nome” un racconto a spirale, con frasi che si ripetono sempre uguali come se volessero ricucire il racconto.

È un po’ come quando impari ad andare in bicicletta. All’inizio fai fatica a stare in equilibrio, ma quando finalmente capisci come far girare i pedali e prendi velocità, allora parti e non ti fermi più.

Ti muovi e il movimento è dato dalla ripetizione, proprio come lo scorrere le pagine di questo romanzo.

È un incatenarsi di pensieri che si rincorrono l’uno all’interno dell’altro.

È difficile da spiegare, è una sensazione più che un racconto.

Se mi è piaciuto? Credo di sì. Di certo è molto particolare.

Non penso che lo regalerei però: una lettura così particolare deve essere una scelta (un giorno magari vi racconterò cosa penso del regalare i libri). Diciamo che, come faccio qui, lo “segnalo”.

Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare l’anteprima che di solito vi condivido per darvi un “assaggio” della lettura, ma vi invito comunque a fermarvi in libreria per provare a sfogliarlo.

Come dicevo, “L’altro nome” fa parte di un progetto più grande. Raccoglie i primi due capitoli (che si svolgono nell’arco di due giorni) di una settologia.

Il volume successivo è “Io è un altro” (capitoli III-V) e il terzo è “Un nuovo nome” (capitoli VI-VII) non ancora pubblicato in Italia.

Naturalmente ho in programma di concludere questo viaggio così strano, ma magari non subito. Vi terrò comunque aggiornati.

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